IL PADRE NOSTRO RECITATO DA’ GESU’

LA PREGHIERA DEL PADRE NOSTRO

Secondo gli scritti di Maria Valtorta Riflessioni, commenti, grassetti e sottolineature a cura di Giovanna Busolini

1.    IL “PADRE NOSTRO” RECITATO DA GESÙ.

Il Padre Nostro (l’unica preghiera insegnata direttamente da Gesù nella Sua vita terrena) necessita di essere ritrovata, e meditata col Suo aiuto, all’interno di tutta l’Opera valtortiana.

Per prima cosa c’è da dire che uno dei primi “Pater Noster” non è stato recitato da Gesù con i Discepoli, ma bensì con la Sua SS. Mamma, al momento dell’addio prima di lasciare la casa di Nazareth per iniziare la Sua Missione Redentiva.

L'addio fra Gesù e Maria

Lorenzo Ferri – L’addio alla Madre.

Incominciamo dunque da questa visione:

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[…] «E fàtti venire le parenti. Non rimanere sola. Sarò più tranquillo, Madre, e tu sai se ho bisogno d’esser tranquillo per compiere la mia missione. Il mio amore non ti mancherà. Io verrò sovente e ti farò avvertire quando sarò in Galilea e non potrò venire a casa. Tu verrai da Me, allora. Mamma, quest’ora doveva venire. Si è iniziata qui, quando l’Angelo ti apparve; ora scocca e noi dobbiamo viverla, non è vero, Mamma? Dopo verrà la pace della prova superata e la gioia. Prima bisogna valicare questo deserto come gli antichi Padri per entrare nella Terra Promessa. Ma il Signore Iddio ci aiuterà come aiutò loro. E ci darà il suo aiuto come manna spirituale per nutrire il nostro spirito nello sforzo della prova. Diciamo insieme al Padre nostro… ».

E Gesù si alza e Maria con Lui e alzano il volto al cielo. Due ostie vive che lucono nell’oscurità.

Gesù dice lentamente, ma con voce chiara e scandendo le parole, la preghiera dominicale. Appoggia molto sulle frasi: «adveniat Regnum tuum, fiat voluntas tua» distanziando molto queste due frasi dalle altre. Prega con le braccia aperte, non proprio a croce, ma come stanno i sacerdoti quando si volgono a dire: «Dominus vobiscum». Maria tiene le mani congiunte. […][1]

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Due cose vanno notate:

1) Gesù dice: “Diciamo insieme al Padre Nostro…” sottintendendo la nostra preghiera e quindi si potrebbe pensare che anche per Maria questa non sia la prima volta che lo dice.

2) Gesù recita la preghiera in latino quasi a confermarci che la lingua ufficiale della Chiesa deve essere il latino. Lui Pontefice Eterno usa quella lingua in quel momento e non l’aramaico o il dialetto della sua Nazareth, come probabilmente era sua abitudine. Di più il latino recita “a malo”, quindi “dal male”. Alcuni lo scrivono minuscolo, altri maiuscolo, intendendo per “Male” Satana e i suoi demoni..

Pàter nòster, qui es in caelis,
sanctificètur nomen tùum, advèniat regnum tùum,
fiat volùntas tua sìcut in caelo et in terra;
panem nostrum cotidiànum dà nobis hòdie,
et dimìtte nobis dèbita nostra
sìcut et nos dimìttimus debitòribus nostris,
et ne nos indùcas in tentatiònem,
sed lìbera nos a malo.
Amen

Procediamo ora con ordine e vediamo di scoprire quando Gesù insegna la Sua Preghiera anche agli Apostoli.

Gesù si trova a Gerusalemme ed è stata consumata da poco la Sua seconda Pasqua in una delle case di Lazzaro, che però non è la casa del Cenacolo.

Gesù si avvia con gli Apostoli verso il Monte degli Ulivi, ma c’è da notare una cosa, molto importante: Giuda non è presente. Lui non doveva sentire la preghiera insegnata da Gesù ai Suoi, perché Gesù non getta le Sue perle ai “porci”!

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La preghiera del “Padre nostro”.

28 giugno 1945.[2]

[…] «Sostiamo… Miei cari, cari tanto, discepoli miei e miei continuatori in futuro, venite a Me vicino. Un giorno, e non uno solo, voi mi avete detto: “Insegnaci a pregare come Tu preghi. Insegnaci come Giovanni lo insegnò ai suoi, acciò noi discepoli si possa pregare con le stesse parole del Maestro”. Ed Io vi ho sempre risposto: “Vi farò questo quando vedrò in voi un minimo di preparazione sufficiente, acciò la preghiera non sia formula vana di parole umane, ma vera conversazione col Padre”. A questo siamo giunti. Voi siete possessori di quanto basta per poter conoscere le parole degne di essere dette a Dio. E ve le voglio insegnare questa sera, nella pace e nell’amore che è fra noi, nella pace e nell’amore di Dio e con Dio, perché noi abbiamo ubbidito al precetto pasquale, da veri israeliti, e al comando divino sulla carità verso Dio e verso il prossimo.

Uno fra voi ha molto sofferto in questi giorni. Sofferto per un atto immeritato, e sofferto per lo sforzo fatto su se stesso per contenere lo sdegno che quell’atto aveva eccitato. Sì, Simone di Giona, vieni qui. Non c’è stato un fremito del tuo cuore onesto che mi sia stato ignoto, e non c’è stata pena che Io non abbia condivisa con te. Io e i tuoi compagni… ».

«Ma Tu, Signore, sei stato ben più offeso di me! E questa era per me una sofferenza più… più grande, no, più sensibile.. .neppure… più… più… Ecco: che Giuda abbia avuto schifo di partecipare alla mia festa[3] mi ha fatto male come uomo. Ma di vedere che Tu eri addolorato e offeso mi ha fatto male in un altro modo e ne ho sofferto il doppio… Io… non mi voglio vantare e fare bello usando le tue parole… Ma devo dire, e se faccio superbia dimmelo Tu, devo dire che ho sofferto con la mia anima… e fa più male».

«Non è superbia, Simone. Hai sofferto spiritualmente perché Simone di Giona, pescatore di Galilea, si sta mutando in Pietro di Gesù, Maestro dello spirito, per cui anche i suoi discepoli divengono attivi e sapienti nello spirito. E per questo tuo progredire nella vita dello spirito, è per questo vostro progredire che Io vi voglio questa sera insegnare l’orazione. Quanto siete mutati dalla sosta solitaria in poi!»

[4]«Tutti, Signore? » chiede Bartolomeo un poco incredulo.

«Comprendo ciò che vuoi dire… Ma Io parlo a voi undici.[5] Non ad altri… »

«Ma che ha Giuda di Simone, Maestro? Noi non lo comprendiamo più… Pareva tanto cambiato, e ora, da quando abbiamo lasciato il lago… » dice desolato Andrea.

«Taci, fratello. La chiave del mistero ce l’ho io! Ci si è attaccato un pezzettino di Belzebù. È andato a cercarlo nella caverna di Endor per stupire e… e è stato servito! Il Maestro lo ha detto quel giorno… A Gamala i diavoli sono entrati nei porci. A Endor i diavoli, usciti da quel disgraziato di Giovanni, sono entrati in lui… Si capisce che… si capisce… Lasciamelo dire, Maestro! Tanto è qui, in gola, e se non lo dico non esce, e mi ci avveleno…».

«Simone, sii buono!».

«Sì, Maestro… e ti assicuro che non farò sgarbi a lui. Ma dico e penso che essendo Giuda un vizioso – tutti lo abbiamo capito – è un poco affine al porco… e si capisce che i demoni scelgono volentieri i porci per i loro… cambi di dimora. Ecco, l’ho detto».

«Tu dici che è così?» chiede Giacomo di Zebedeo.

«E che vuoi che altro sia? Non c’è stata nessuna ragione per diventare così intrattabile. Peggio che all’Acqua Speciosa! E là potevo pensare che era il luogo e la stagione che lo innervosivano. Ma ora…».

«C’è un’altra ragione, Simone…»

«Dilla, Maestro. Sono contento di ricredermi sul compagno».

«Giuda è geloso. È inquieto per gelosia».

«Geloso? Di chi? Non ha moglie e, anche l’avesse, e fosse con le donne, io credo che nessuno di noi userebbe spregio al condiscepolo…».

«È geloso di Me. Considera: Giuda si è alterato dopo Endor e dopo Esdrelon. Ossia quando ha visto che Io mi sono occupato di Giovanni e di Jabé. Ma ora che Giovanni, soprattutto Giovanni, verrà allontanato passando da Me a Isacco, vedrai che torna allegro e buono ».

«E… bene! Non mi vorrai però dire che non è preso da un demonietto. E soprattutto…

No, lo dico! E soprattutto non mi vorrai dire che si è migliorato in questi mesi. Ero geloso anche io l’anno scorso… Non avrei voluto nessuno più di noi sei, i primi sei, lo ricordi?

Ora, ora… lasciami invocare Dio una volta tanto a testimonio del mio pensiero. Ora dico che sono felice più aumentano i discepoli intorno a Te. Oh! vorrei avere tutti gli uomini e portarli a Te e tutti i mezzi per poter sovvenire chi ne ha bisogno, perché la miseria non sia a nessuno di ostacolo per venire a Te. Dio vede se dico il vero. Ma perché sono così ora? Perché mi sono lasciato cambiare da Te. Lui… non è cambiato. Anzi… Va’ là, Maestro… Un demonietto lo ha preso…».

«Non lo dire. Non lo pensare. Prega perché guarisca. La gelosia è una malattia…».

«Che al tuo fianco guarisce se uno lo vuole. Ah! lo sopporterò, per Te… Ma che fatica!…».

«Ti ho dato il premio per essa: il bambino. E ora ti insegno a pregare…».

«Oh! sì, fratello. Parliamo di questo… e il mio omonimo sia ricordato solo come uno che ha bisogno di questo. Mi pare che ha già il suo castigo. Non è con noi in quest’ora! » dice Giuda Taddeo.

«Udite. Quando pregate dite così:

“Padre nostro che sei nei Cieli, sia santificato il Nome tuo, venga il Regno tuo in terra come lo è in Cielo, e in terra come in Cielo sia fatta la Volontà tua. Dàcci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno”.[6]

Gesù si è alzato per dire la preghiera e tutti lo hanno imitato, attenti, commossi.

 Gesù

«Non occorre altro, amici miei. In queste parole è chiuso come in un cerchio d’oro tutto quanto abbisogna all’uomo per lo spirito e per la carne e il sangue. Con questo chiedete ciò che è utile a quello e a questi. E se farete ciò che chiedete, ac­quisterete la vita eterna. È una preghiera tanto perfetta che i marosi delle eresie e il corso dei secoli non l’intaccheranno.

Il cristianesimo sarà spezzettato dal morso di Satana e molte parti della mia carne mistica verranno staccate, separate, facenti cellule a sé, nel vano desiderio di crearsi a corpo perfetto come sarà il Corpo mistico del Cristo, ossia quello dato da tutti i fedeli uniti nella Chiesa apostolica che sarà, finché sarà la terra, l’unica vera Chiesa. Ma queste particelle separate, prive perciò dei doni che Io lascerò alla Chiesa Madre per nutrire i miei figli, si chiameranno però sempre cristiane, avendo culto al Cristo, e sempre si ricorderanno, nel loro errore, di essere venute dal Cristo. Ebbene, esse pure pregheranno con questa universale preghiera.

Ricordatevela bene. Meditatela continuamente. Applicatela alle vostre azioni. Non occorre altro per santificarsi. Se uno fosse solo, in un posto di pagani, senza chiese, senza libri, avrebbe già tutto lo scibile da meditare in questa preghiera e una chiesa aperta nel suo cuore per questa preghiera. Avrebbe una regola e una santificazione sicura.

“Padre nostro”. Io lo chiamo: “Padre”.

Padre è del Verbo, Padre è dell’Incarnato.

Così voglio lo chiamiate voi, perché voi siete uni con Me se voi in Me permanete. Un tempo era che l’uomo doveva gettarsi volto a terra per sospirare, fra i tremori dello spavento: “Dio!”.

Chi non crede in Me e nella mia parola ancora è in questo tremore paralizzante…

Osservate nel Tempio. Non Dio, ma anche il ricordo di Dio è celato dietro triplice velo agli occhi dei fedeli. Separazioni di distanze, separazioni di velami, tutto è stato preso e applicato per dire a chi prega: “Tu sei fango. Egli è Luce. Tu sei abbietto. Egli è Santo. Tu sei schiavo. Egli è Re”.

Ma ora!… Alzatevi! Accostatevi! Io sono il Sacerdote eterno. Io posso prendervi per mano e dire: “Venite”. Io posso afferrare le tende del velario e aprirle, spalancando l’inaccessibile luogo chiuso fino ad ora. Chiuso? Perché? Chiuso per la Colpa, sì. Ma ancor più serrato dall’avvilito pensiero degli uomini. Perché chiuso, se Dio è Amore, se Dio è Padre?

Io posso, Io devo, Io voglio portarvi non nella polvere, ma nell’azzurro; non lontani, ma vicini; non in veste di schiavi, ma di figli sul cuore di Dio.

“Padre! Padre!” dite. E non stancatevi di dire questa parola. Non sapete che ogni volta che la dite il Cielo sfavilla per la gioia di Dio? Non diceste che questa, e con vero amore, fareste già orazione gradita al Signore.

“Padre! Padre mio!” dicono i piccoli al padre loro. E la parola che dicono per prima: “Madre, padre”.

Voi siete i pargoli di Dio. Io vi ho generati dal vecchio uomo che eravate e che Io ho distrutto col mio amore per far nascere l’uomo nuovo, il cristiano.

Chiamate dunque con la parola che per prima conoscono i pargoli, il Padre Ss. che è nei Cieli.

“Sia santificato il tuo Nome.

Oh! Nome più di ogni altro santo e soave, Nome che il terrore del colpevole vi ha insegnato a velare sotto un altro. No, non più Adonai, non più. È Dio. E’ il Dio che in un eccesso di amore ha creato l’Umanità. L’Umanità, d’ora in poi, con le labbra mondate dal lavacro che Io preparo, lo chiami col suo Nome, riservandosi di comprendere con pienezza di sapienza il vero significato di questo Incomprensibile quando, fusa con Esso, l’Umanità, nei suoi figli migliori, sarà assurta al Regno che Io sono venuto a stabilire.

“Venga il Regno tuo in terra come in Cielo”

Desideratelo con tutte le vostre forze questo avvento. Sarebbe la gioia sulla terra se esso venisse. Il Regno di Dio nei cuori, nelle famiglie, fra i cittadini, fra le nazioni. Soffrite, faticate, sacrificatevi per questo Regno. Sia la terra uno specchio che riflette nei singoli la vita dei Cieli. Verrà. Un giorno tutto questo verrà. Secoli e secoli di lacrime e sangue, di errori, di persecuzioni, di caligine rotta da sprazzi di luce irrag­gianti dal Faro mistico della mia Chiesa – che, se barca è, e non verrà sommersa, è anche scogliera incrollabile ad ogni maroso, e alta terrà la Luce, la mia Luce, la Luce di Dio – precederanno il momento in cui la terra possederà il Regno di Dio. E sarà allora come il fiammeggiare intenso di un astro che, raggiunto il perfetto del suo esistere, si disgrega, fiore smisurato dei giardini eterei, per esalare in un rutilante palpito la sua esistenza e il suo amore ai piedi del suo Creatore. Ma venire verrà. E poi sarà il Regno perfetto, beato, eterno del Cielo.[7]

“E in terra come in Cielo sia fatta la tua Volontà”.

L’annullamento della volontà propria in quella di un altro si può fare solamente quando si è raggiunto il perfetto amore verso quella creatura.

L’annullamento della volontà propria in quella di Dio si può fare solo quando si è raggiunto il possesso delle teologali virtù in forma eroica.

In Cielo, dove tutto è senza difetti, si fa la volontà di Dio. Sappiate, voi, figli del Cielo, fare ciò che in Cielo si fa.

“Dacci il nostro pane quotidiano”.

Quando sarete nel Cielo vi nutrirete soltanto di Dio. La beatitudine sarà il vostro cibo.[8] Ma qui ancora abbisognate di pane. E siete i pargoli di Dio. Giusto dunque dire: “Padre, dacci il pane”.

Avete timore di non essere ascoltati? Oh, no! Considerate.

Se uno di voi ha un amico e, accorgendosi di essere privo di pane per sfamare un altro amico o un parente, giunto da lui sulla fine della seconda vigilia, va ad esso dicendo:

“Amico, prestami tre pani perché m’è venuto un ospite e non ho che dargli da mangiare”, può mai sentirsi rispondere dal di dentro della casa: “Non mi dare noia perché ho già chiuso l’uscio e assicurati i battenti e i miei figli dormono già al mio fianco. Non posso alzarmi e darti quanto vuoi”? No. Se egli si è rivolto ad un vero amico e se insiste, avrà ciò che chiede. L’avrebbe anche se colui a cui si è rivolto fosse un amico poco buono. Lo avrebbe per la sua insistenza, perché il richiesto di tal favore, pur di non essere più importunato, si affretterà a dargliene quanti ne vuole.

Ma voi, pregando il Padre, non vi rivolgete ad un amico della terra, ma vi rivolgete all’Amico perfetto che è il Padre del Cielo. Perciò Io vi dico: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto”. Infatti a chi chiede viene dato, chi cerca finisce col trovare, e a chi bussa si apre la porta. Chi fra i figli degli uomini si vede porre in mano un sasso se chiede al proprio padre un pane? E chi si vede dare un serpente al posto di un pesce arrostito? Delinquente sarebbe quel padre se così facesse alla propria prole. Già l’ho detto e lo ripeto per persuadervi a sensi di bontà e di fiducia. Come dunque uno di sana mente non darebbe uno scorpione al posto di un uovo, con quale maggiore bontà non vi darà Dio ciò che chiedete! Poiché Egli è buono, mentre voi, più o meno, malvagi siete. Chiedete dunque con amore umile e figliale il vostro pane al Padre.[9]

“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Vi sono i debiti materiali e quelli spirituali. Vi sono anche i debiti morali. È debito materiale la moneta o la merce che avuta in prestito va restituita. È debito morale la stima carpita e non resa e l’amore voluto e non dato.

È debito spirituale l’ubbidienza a Dio dal quale molto si esigerebbe salvo dare ben poco, e l’amore verso di Lui. Egli ci ama e va amato, così come va amata una madre, una moglie, un figlio da cui si esigono tante cose.

L’egoista vuole avere e non dà. Ma l’egoista è agli antipodi del Cielo. Abbiamo debiti con tutti. Da Dio al parente, da questo all’amico, dall’amico al prossimo, dal prossimo al servo e allo schiavo, essendo tutti esseri come noi.

Guai a chi non perdona! Non sarà perdonato. Dio non può, per giustizia, condonare il debito dell’uomo a Lui Ss. se l’uomo non perdona al suo simile.

“Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Maligno”.

L’uomo che non ha sentito il bisogno di spartire con noi la cena di Pasqua mi ha chiesto, or è men di un anno: “Come? Tu hai chiesto di non essere tentato e di essere aiutato, nella tentazione, contro la stessa?”.

Eravamo noi due soli… e ho riposto.

Eravamo poi in quattro, in una solitaria plaga, ed ho risposto ancora.

Ma non è ancora servito, perché in uno spirito tetragono occorre fare breccia demolendo la mala fortezza della sua caparbietà.

E perciò lo dirò ancora una, dieci, cento volte, fino a che tutto sarà compiuto.

Ma voi, non corazzati di infelici dottrine e di ancora più infelici passioni, vogliate pregare così.

Pregate con umiltà perché Dio impedisca le tentazioni.

Oh! l’umiltà! Conoscersi per quello che si è! Senza avvilirsi, ma conoscersi.

Dire: “Potrei cedere anche se non mi sembra poterlo fare, perché io sono un giudice imperfetto di me stesso. Perciò, Padre mio, dàmmi, possibilmente, libertà dalle tentazioni col tenermi tanto vicino a Te da non permettere al Maligno di nuocermi”.

Perché, ricordatelo, non è Dio che tenta al male, ma è il Male[10] che tenta. Pregate il Padre perché sorregga la vostra debolezza al punto che essa non possa essere indotta in tentazione dal Maligno.

Ho detto, miei diletti. Questa è la mia seconda Pasqua fra voi. Lo scorso anno spezzammo soltanto il pane e l’agnello. Quest’anno vi dono la preghiera. Altri doni avrò per le altre mie Pasque[11] fra voi, acciò, quando Io sarò andato dove il Padre vuole, voi abbiate un ricordo di Me, Agnello, in ogni festa dell’agnello mosaico. […].

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A questo punto non ci sono dubbi che in quel momento Gesù ha insegnato agli Apostoli a dire: “Liberaci dal Maligno” e non dal “male” genericamente, e poi ha anche identificato il Maligno col “Male”.

2. ULTERIORI COMMENTI CHE GESU’ FA ALLA PREGHIERA DEL PADRE NOSTRO. 

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«…Io vi ho insegnato a dire: “Dàcci oggi il nostro pane, o Padre nostro“.

Ma sapete voi cosa vuole dire quel “nostro”?

Non vuole dire vostro di voi dodici. Non vostro come discepoli del Cristo. Ma vostro come uomini. Per tutti gli uomini. Per quelli presenti, per quelli futuri. Per quelli che conoscono Dio e per quelli che non lo conoscono. Per quelli che amano Dio e il suo Cristo e per quelli che non lo amano o lo amano male.

Ho messo sulle vostre labbra la preghiera per tutti. È il ministero vostro. Voi che conoscete Dio, il suo Cristo, e li amate, dovete pregare per tutti.

Vi ho detto che la mia preghiera è universale e durerà quanto dura la terra. Ma voi dovete pregare universalmente, unendo le vostre voci e i vostri cuori di apostoli e discepoli della Chiesa di Gesù a quelle e a quelli degli appartenenti ad altre Chiese che saranno cristiane ma non apostoliche.

E insistere, perché siete fratelli – voi nella casa del Padre, essi fuori della casa del Padre comune con la loro fame e la loro nostalgia – finché venga dato ad essi come a voi il “pane” vero che è il Cristo del Signore, amministrato sulle tavole apostoliche, non su altre su cui è mescolato con alimenti impuri.

Insistere finché il Padre non abbia detto a questi fratelli “deformi”:

“Il mio dolore si placa perché in voi, nella vostra voce, ho sentito la voce e le parole del mio Unigenito e Primogenito. Siano benedetti quei servi che vi hanno portati nella Casa del Padre vostro perché la mia Famiglia sia completa”.

Servi di un Dio infinito, dovete mettere l’infinità in ogni vostra intenzione. Avete inteso?

Ecco Jabnia. Una volta da qui passò l’Arca per andare ad Acron[12], che non poté custodirla e la rimandò a Betsemes. L’Arca torna ad andare ad Acron[13] Giovanni, vieni con Me. Voi rimanete in Jabnia e sappiate riflettere e parlare. La pace sia con voi».[14]

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Riguardo a quanto riportato nella nota 12), non penso che Maria Valtorta fosse in condizione di trovare questi riferimenti, lei che il VT neanche l’aveva letto tutto.

A me – che ho tutta la Bibbia su disco – è occorso un po’ di tempo perché ricercando Acron non mi veniva nulla e allora sono andata a controllare su tutta la Bibbia sotto la voce “Arca” ed ho trovato quanto messo in nota! Pensate che Maria ci sarebbe riuscita? E come avrebbe potuto allora inventarsi un simile dettaglio? Dunque vedete come il Signore Gesù continua ad assisterci e a darci prove della veridicità dell’Opera valtortiana.

Ma continuiamo a fare il nostro excursus attraverso tutta l’Opera e vediamo che in un altro discorso, Gesù spiega ancora il “Padre Nostro” a tutto il popolo e ai proseliti – che arrivavano a Gerusalemme da tutte le parti del mondo allora conosciuto – presenti dottori della Legge, Scribi e Farisei, incluso il grande rabbi Gamaliele e il suo discepolo Stefano, ormai passato fra le file dei Discepoli di Gesù:

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«La pace sia con voi, o voi tutti che ascoltate! La Pasqua santa riconduce i figli fedeli nella Casa del Padre.

Sembra, questa nostra Pasqua benedetta, una madre sollecita del bene dei figli, la quale li appelli a gran voce perché vengano, vengano da ogni dove, lasciando in sospeso ogni cura per una cura più grande. L’unica veramente grande ed utile. Quella di onorare il Signore e Padre. Da questo si capisce come siamo fratelli; e da questo, con testimonianza soave, sorge l’ordine e l’impegno di amare il prossimo come se stessi.

Non ci siamo mai visti? Ci ignoravamo? Si. Ma se qui siamo, perché figli di un unico Padre che ci vuole nella sua Casa al banchetto pasquale, ecco che, se non coi sensi materiali, certo con la parte superiore, noi sentiamo di essere uguali, fratelli, venuti da Un solo, e ci amiamo perciò come fossimo cresciuti insieme.

Gesù al Battesimo di GIovanni

Anticipo, questa nostra unione di amore, dell’altra più perfetta che godremo nel Regno dei Cieli, sotto lo sguardo di Dio, tutti abbracciati dal suo Amore: Io Figlio di Dio e dell’uomo, con voi, uomini figli di Dio; Io, Primogenito, con voi, fratelli amati oltre ogni umana misura, sino a farmi Agnello per i peccati degli uomini.

Ma noi, che godiamo al momento presente la nostra fraterna unione nella Casa del Padre, ricordiamoci anche dei lontani, che pure ci sono fratelli: nel Signore o nell’origine. Abbiamoli in cuore. Portiamoli nel nostro cuore, essi, gli assenti, davanti all’altare santo. Preghiamo per loro, raccogliendo con lo spirito le loro voci lontane, le loro nostalgie di essere qui, i loro aneliti.

E come raccogliamo questi aneliti coscienti degli israeliti lontani, raccogliamo anche quelli delle anime che appartengono a uomini che neppur sanno di avere un’anima e di essere figli di Un solo. Tutte le anime del mondo gridano nelle prigioni dei corpi verso l’Altissimo. In buia carcere gemono verso la Luce.

Noi, che nella luce della fede vera siamo, abbiamo misericordia di loro.

Oriamo: Padre nostro che sei nei Cieli, sia santificato da tutta l’umanità il tuo Nome! Conoscerlo è avviarsi alla santità. Fa’ che i gentili e i pagani conoscano questa tua esistenza, o Padre santo, e come i tre saggi [15] di un tempo che, ormai lontano ma non inerte, perché nulla è inerte di ciò che ha attinenza coll’avvento della Redenzione nel mondo, vengano a Dio, a Te, Padre, guidati dalla Stella di Giacobbe, dalla Stella del mattino, dal Re e Redentore della stirpe di Davide, dal tuo Unto, già offerto e consacrato per essere Vittima. per i peccati del mondo. Venga il tuo Regno in ogni luogo della Terra dove ti si conosce e ama, dove ancora non ti si conosce. E venga soprattutto a quelli, i tre volte peccatori, che pur conoscendoti non ti amano nelle tue opere e manifestazioni di luce, e cercano respingere e soffocare la Luce venuta nel mondo, perché sono anime di tenebre che preferiscono le opere di tenebre, e non sanno che voler soffocare la Luce del mondo è fare offesa a Te stesso, perché Tu sei Luce Ss. e Padre di tutte le luci, cominciando da quella che si è fatta Carne e Parola per portare la tua luce a tutti gli animi di buona volontà.

Sia fatta, Padre Ss., la tua volontà da ogni cuore che è nel mondo, si salvi cioè ogni cuore, e per nessuno sia senza frutto il sacrificio della Gran Vittima, perché questa è la tua volontà: che l’uomo si salvi e goda di Te, Padre santo, dopo il perdono che sta per essere dato.

Dàcci i tuoi aiuti, o Signore; tutti i tuoi aiuti. E dàlli a tutti quelli che attendono, a quelli che non sanno di attendere, dàlli ai peccatori col pentimento che salva, dàlli ai pagani con la ferita della tua chiamata che scuote, dàlli agli infelici, dàlli ai reclusi, agli esiliati, ai malati di corpo o di spirito, dàlli a tutti, Tu che sei il Tutto, perché il tempo della Misericordia è venuto.

Perdona, o Padre buono, i peccati dei tuoi figli. Di quelli del tuo popolo, che sono i più gravi, di quelli dei colpevoli di voler stare nell’errore, mentre il tuo amore di predilezione proprio a questo popolo ha dato la Luce. E dà il perdono a quelli che ab­brutisce un paganesimo corrotto che insegna il vizio, e che affogano nella idolatria di questo paganesimo pesante e mefitico, mentre fra essi sono anime di prezzo esse pure, e che Tu ami avendole create. Noi perdoniamo, Io per primo perdono perché Tu possa perdonare, e sulla debolezza delle creature invochiamo la tua protezione perché liberi dal Principio del Male[16], dal quale vengono tutti i delitti, tutte le idolatrie, tutte le colpe, tentazioni e errori, i tuoi creati. Liberali, o Signore, dal Principe orrendo[17], perché possano venire alla Luce eterna».[18]

TRATTO DAL SITO WEB

 

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